Settembre, Capitolo 1 [Romanzo a puntate]

Credo onestamente sia stata una frase di Ralph Samuel Butler a farmi arrivare a una sorta di punto di non ritorno. Le parole incriminate avevano deciso di presentarsi forse nel peggiore dei momenti e dei modi nel corso della mia ricerca, lasciandomi in uno stato di vendicativa prostrazione.

Qualsiasi opera di un uomo, si tratti di letteratura o musica o pittura o architettura, è sempre un suo ritratto.

Tutto qua, tanto era bastato perchè d’un tratto le indagini e la fatica degli ultimi mesi mi crollassero addosso senza avere la premura di avvertire in anticipo. Se ciò fosse stato vero, avrei avuto la conferma di come fosse impossibile trovare un filo conduttore che legasse assieme i miei soggetti, gli indecifrabili perdenti esistenziali che con ansia e amore stavo seguendo da tempo.

A questo punto, determinate convenzioni romanzesche, alle quali non negherò di essere legato per affetto e comunione nel sentire, mi imporrebbero un esaustivo excursus che presenti al lettore le peripezie e i motivi per cui, qui e ora, sto avvicinando un accendino alla quarta di copertina di “Ritorno a Erewhon” del succitato Samuel Butler, Adelphi, 1975.

Date le premesse è naturale che tornare con la memoria a qualche mese addietro e accompagnare un ipotetico lettore alla ricerca delle radici del mio attuale malessere sarà per me fonte di momentaneo sollievo e forse gioia. Sempre meno, comunque, che bruciare una volta per tutte il portatore infame dell’orribile citazione.

“La prima cosa da fare, in questi casi” mi dico “è trovare un punto di inizio.”

Agosto, anzi, a esser pignoli “Agosto” sarà il mio punto di inizio.

Non il mese, ovviamente, sarebbe banale e scontato, ma il romanzo di Judith Rossner. Con il compiacimento che mi viene dallo stupire ulteriormente la mia platea fantasma comincerò con l’ammettere candidamente di non aver mai aperto quel libro, ne’ di essermelo fatto raccontare e nemmeno, a scanso di equivoci, di averne mai visto una riduzione televisiva o cinematografica di sorta. Mai avuto veramente a che fare con l’opera, insomma.

Il motivo per cui il libro è così importante negli eventi a seguire non è infatti da ricercarsi nella parte narrativa, ma solo ed esclusivamente in quella grafica: senza giri di parole, nella copertina e nel suo autore.

Disegnata da Fred Marcellino, l’illustrazione di “Agosto” mostra un divano da psicologo vuoto, sovrastato da un quadro di una barca, sola, in mezzo al mare aperto e calmo. Parte della scena è lambita dolcemente dai raggi di sole che filtrano da una tapparella abbassata; il tutto viene reso in quello stile geometrico, iperrealista e vagamente asettico che evidentemente piaceva agli addetti marketing negli anni ’80 con colori chiari a sottolineare il connubio tra estate e abbandono.

Ebbene (mi sembra un’ottima parola per tirare le conclusioni; decisa e incisiva), questa scena mi ha sempre provocato un profondo senso di turbamento. Sin da piccolo l’illustrazione di cui sopra non ha mai mancato di riportarmi alla mente esattamente l’idea di abbandono ineluttabile, languido e angosciante che l’illustratore si proponeva di comunicare.

Un colpo ben riuscito, quello di Fred, che viene definito uno dei più capaci e importanti copertinisti letterari (non me ne vogliate per il termine, da me coniato ex novo)di tutti i tempi.

L’uomo, sostiene nientemeno che l’anonimo autore della sua pagina su Wikipedia, in grado di sovvertire e cambiare per sempre il modo di approcciare la presentazione di un volume sugli scaffali delle librerie di tutto il mondo. Fred Marcellino, si racconta, era allora (e posso ragionevolemente supporre sia stato fino alla sua morte, avvenuta nel 2001) un avido lettore; un personaggio che professionalmente e umanamente non si accontentava della paginetta di testo che veniva data agli illustratori dai responsabili delle case editrici e che proponeva una serie di situazioni e personaggi salienti adatti a essere rappresentati in copertina.

Per lavorare al meglio Marcellino leggeva avidamente l’intero manoscritto, senza un pensiero a chi ne fosse l’autore, cosa avesse realizzato prima, e al proprio stesso ruolo lavorativo: Fred Marcellino si godeva il manoscritto da lettore.

Dopodichè, una volta conosciute e fatte proprie le trame, i personaggi, le situazioni e ancora i luoghi, gli avvenimenti e l’atmosfera, l’illustratore digeriva (ma potrebbe essere più consono al livello, all’ambiente e all’argomento dire sintetizzava) le informazioni e dal proprio inconscio metteva su carta il disegno; la rappresentazione grafica più adeguata per comunicare in un’istante esattamente ciò che lo scrittore aveva impiegato centinaia di pagine per portare al pubblico: Fred Marcellino, così pare, disegnava i libri.

Posto al confronto con un simile genio, naturalmente, ci misi poco a infiammarmi nel profondo “Cristo” mi trovai a pensare “se in un giorno qualunque, senza cercarlo ne’ desiderarlo, sono stato in grado, dal nulla, di trovarmi davanti un’immagine capace di sconvolgermi l’animo , chissà quante e quali violente meraviglie troverò una volta che mi sarò addentrato nel vasto mondo di illustrazioni di questo tizio!”

Preso da una smania febbrile cominciai allora la ricerca del materiale da lui disegnato , e dopo aver approcciato una, due, dieci sue opere venni preso da una sottile sensazione, lo ammetto, di delusione e scoramento: ciò che mi trovavo davanti agli occhi, infatti, non era nulla, assolutamente nulla di più di un mediocre esempio di marketing da libreria del centro città. Riecheggiavano nelle illustrazioni i più famosi artisti del secolo, questo è vero; ma erano ridotti a forme stinte, cliché irritanti che avrebbero fatto la propria figurona nelle toilette di un qualche ristorante di lusso. Nient’altro.

Fu in quel momento che il parassita avido della ricerca che ho ansiosamente portato avanti nell’anno passato mi si affacciò alla mente per la prima volta. Con fare malizioso, si manifestò sotto forma di una domanda semplice e irresolubile: “perché?”

CONTINUA….

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